venerdì 25 novembre 2011

Come Rain Come Shine

“Quelle come me sono quelle cui tu riesci
sempre a spezzare il cuore,
perché sai che ti lasceranno andare,
senza chiederti nulla.”
Alda Merini


Come Rain Come Shine
Titolo originale: 사랑한다, 사랑하지 않는다 (Saranghanda)
Regia: Lee Yoon-ki
Data di uscita:  2011
Produzione: Corea del Sud

CAST:

Hyeon Bin
Im Soo-jeong
Kim Ji-soo

Un film molto interessante, come i personaggi. Yeong Sin e Ji Seok sono una coppia sposata da 5 anni che sta attraversando un brutto periodo. Infatti, Yeong Sin annuncia al marito, nei primi minuti di pellicola, l'intenzione di lasciare la casa e la vita matrimoniale per seguire un altro uomo, un nuovo amore, una nuova vita.
Fatta eccezione per i primi minuti di pellicola, ambientati in macchina, tutto il film è girato ed ambientato esclusivamente nell'appartamento della coppia. Il protagonista indiscusso del film è il silenzio. I due coniugi si rivolgono poche parole, del tutto superficiali, non affrontano i problemi relativi alla loro separazione, non esprimono i loro veri sentimenti, ma celano tutto dietro un malinconico dolore che diviene sovrano incontrastato, complice anche la furente pioggia che costringe i due a restare chiusi in casa.
Perché se le ambientazioni tetre, i lunghi silenzi, le lunghe inquadrature, i personaggi ripresi spesso di spalle non erano sufficienti ad alludere allo stato d'animo dei personaggi, il terribile temporale ne completa il quadro.
I silenzi dei protagonisti, infatti, sono sempre accompagnati dall'incessante brusio del temporale. Il temporale si carica, quindi, di un nuovo significato, diviene metaforicamente la coppia stessa, il loro passato, il loro presente, il loro silenzio, il non saper esprimere i propri sentimenti. E non è un caso che l'acqua goccioli anche in casa. Ji Seok asciugherà, con cura, i piccoli oggetti bagnati dalla pioggia. Gli oggetti, qui, rappresentano la sua stessa vita: Ji Seok sa bene che non può far niente se non asciugarli, così come non potrà far niente se non ricominciare la sua vita dopo che la moglie se ne sarà andata. Il dramma è proprio questo. Il temporale ha bagnato tutto, non è stato prevenuto, ed è proprio in questa chiave che bisogna leggere la sua vita matrimoniale. Sua moglie ha una relazione extraconiugale ed ha intenzione di andare via: non c'è più niente da fare, bisogna prendere in mano la vita, asciugarla da quel temporale improvviso che è la separazione, e andare avanti. Ma avanti fino a dove? Il film termina senza un finale, senza una reale conclusione, senza un chiarimento: termina d'improvviso, come d'improvviso è cominciato. Niente ha senso, intanto la pioggia continua a scendere.

I sub sono stati prodotti e messi gentilmente a disposizione dallo staff di AigooItaliaFansub.

lunedì 21 novembre 2011

Il Diario del Vampiro. Il Risveglio.


Il Diario del Vampiro. Parte Prima: Il Risveglio.
Di Lisa Jane Smith.

Tra i romanzi che non si dovrebbero assolutamente leggere. Sono ben conscia dell'esistenza di lettori e lettrici che hanno letto ed hanno amato tale opera. Che l'hanno persino innalzata a romanzo preferito. Ma io, personalmente, in questa sede non ne parlerò bene.

Innanzitutto, conoscendomi bene, non avrei mai comprato tale libro. Quindi la prima domanda, spontanea e giustificata, che mi torna alla mente (a me, come a voi) è ''perché leggerlo?''. E' un quesito giustissimo.
In verità ho sempre sentito parlare di questa collana di romanzi della Smith, e sebbene non ne avessi mai sfogliato un volume, conoscevo bene il suo livello, ed il pubblico di destinazione della collana. Successivamente, in una serata di zapping televisivo, mi sono arenata sul canale che trasmetteva la versione televisiva di questo romanzo. Di qui la curiosità! 
La curiosità mi ha sempre stuzzicato in misura eccessiva. Dovevo sapere, dovevo conoscere, dovevo capire. Dopo diverse ricerche in internet scopro che la versione televisiva si è presa la libertà di allontanarsi dal romanzo originario. Ma perché? Non capivo... Così ho comprato il primo volume della collana (Il Risveglio) e l'ho letto.
La lettura è stata illuminante... sono riuscita a venire a capo dell'ultimo interrogativo a cui non riuscivo a rispondere. Ebbene non posso che complimentarmi con il regista della serie televisiva per l'ottima sceneggiatura. I personaggi acquistano prestigio, sono ben strutturati; le vicende sono ricche di dettagli; le informazioni e i ricordi sono sparsi via via lungo la trama centrale, rendendo l'intera vicenda molto ben architettata. E' una storia che funziona. Ma non voglio dilungarmi sulla serie televisiva.
In questa sede vorrei suggerirvi i motivi per i quali non dovreste spendere i vostri risparmi in questo modo.

La trama è povera di contenuti, è caotica, banale in alcuni punti. Non ci sono i giusti collegamenti, non ci sono anticipazioni, non c'è nessuna suspance nella lettura... L'attenzione del lettore non viene in alcun modo destata: non basta inserire un vampiro, un corvo e un cimitero per rendere la vicenda interessante, né tantomeno una relazione tra una ragazza (umana) e un ragazzo (vampiro)... Siamo nel XXI secolo, ci vuole molto di più per impressionare un lettore.

I personaggi sembrano dei cliché vuoti. Partiamo da Elena: è una ragazza egoista; fatta eccezione di se stessa, di Stefan e del suo diario, non è minimamente interessata agli altri. Non c'è altruismo in lei. Appare come un personaggio oltremodo odioso, noncurante degli altri, totalmente frivola e banale (bastano le prime pagine del libro per convincervi ad abbandonare l'impresa). Incontra Stefan nei corridoi della scuola, e di lì a dieci minuti decide che deve farlo suo. Lo ama follemente dopo poche pagine. E' mai possibile tutto questo? Questo amore senza significato, vuoto, noioso. Non fa altro che ripetere che lo ama, che vuole vederlo, che sente la sua mancanza. C'è uno scarto netto tra il lettore e la protagonista Elena. Non c'è collegamento tra il lettore e lo scrittore. Forse bonariamente la Smith credeva che non ci fosse bisogno di dilungarsi troppo su questi dettagli, forse sperava che tutte le adolescenti innamorate riuscissero a percepire chiaramente questa passione nata così velocemente. Invece, mia carissima Smith, così non è stato. Il lettore è cattivo. E' cattivo per esigenze e per virtù. La mole di romanzi e romanzetti che viene pubblicata ogni singolo giorno è tale che il lettore è disorientato. Così inizia a navigare nelle storie più diverse e assurde possibili, vuole cercare qualcosa che possa diventare suo, che possa farlo crescere, che possa entusiasmarlo, che faccia battere il suo cuore. Vuole che sia avvincente, che gli prenda d'un solo colpo tutta l'attenzione, che lo renda schiavo delle pagine, che lo tenga così stretto che l'unico modo di salvarsi e di liberarsi è giungere alla fine, porre termine a quell'avventura in cui il lettore e il protagonista sono diventati una sola persona. Salvarsi.
Ebbene... questo non avviene ne I diari del Vampiro. La storia d'amore di Elena e Stefan (ma direi quasi solamente di Elena) non è in alcun modo condivisa con il lettore. E non perché sia una storia banale, sia fantastica, sia irreale... ma semplicemente perchè la carissima Smith ha posto Elena dietro un muro ed il lettore non può raggiungerla. Manca di capacità. Non c'è merito e non c'è valore. Un romanziere dovrebbe porsi faccia a faccia con il suo lettore, mentre qui non c'è dialogo. La Smith pretende che la si legga senza empatia, senza partecipazione. Insomma, manca l'essenziale.

Stefan. Chi è? Che fa? Che vuole? La Smith utilizza un concetto quantomai universale: la dualità. O meglio, vuole utilizzare la dualità, ma anche qui fallisce miseramente. Innanzitutto la dualità interna al personaggio (se dualità la si può chiamare): Stefan è un vampiro, un essere malvagio per propria natura, ma capace di sentimenti umani e positivi, come l'amore ed il rispetto. Ha un passato fatto di tenebre ed ombre, ma vuole a tutti i costi costruirsi una vita nuova, in cui il male ne sia assente. E' una tematica molto interessante, sarebbe addirittura bastata a fare di lui il protagonista indiscusso dell'intera opera, ma anche qui manca la capacità compositiva che riesca a mettere a fuoco bene questa tematica. Innanzitutto la Smith vuole celare, cercando di incuriosire il lettore. Sì, ottimo stratagemma, peccato solo che il lettore non si incuriosisca, anzi viene confuso. I monologhi interiori di Stefan mancano di elementi basilari alla comprensione corretta da parte del lettore. Non siamo a conoscenza del suo passato da vampiro, ma sappiamo che se ne duole notevolmente. E' possibile pure che la sempre affezionatissima Smith abbia snocciolato queste preziose informazioni nei volumi successivi della collana. Mai cosa fu più sbagliata: il lettore deve saziare la curiosità all'interno dell'opera stessa. L'autore, a sua volta, deve giocare con la curiosità del lettore, devi anticipare, deve posticipare, deve momentaneamente celare, deve interpretare, stravolgere le interpretazioni.... il tutto, però, deve essere svolto all'interno dell'opera stessa. Due romanzi possono configurarsi come la continuazione l'uno dell'altro, ma nessuno dei due deve essere privo di elementi, e nessuno dei due deve andare a riparare alle mancanze dell'altro. Ogni romanzo deve rispondere di logicità, deve essere completo, deve concludersi senza lasciare punti vacanti, senza togliere che possa poi far parte di una collana. Qui mancano seriamente gli elementi sufficienti ad una adeguata comprensione. Il lettore non riuscirà mai a porsi dal punto di vista di Stefan (e lo stesso vale per gli altri personaggi) perché non riesce a capirlo, non potrà mai vivere quell'avventura come se fosse sua, ma guarda la storia da dietro un vetro come se guardasse dei pesci in un acquario: chi di voi riuscirebbe ad immedesimarsi in un pesce?
Quindi, la dualità interna lascia parecchio a desiderare. Ulteriore dualità? Un altro elemento per eccellenza: il rapporto tra fratelli. La Smith, badate bene, non scende in banali cliché (in questo aspetto perlomeno). Non c'è il conflitto fratello buono-fratello cattivo (grazie al cielo!!), ma tra due fratelli cattivi e buoni allo stesso tempo. Tuttavia sembra che alla Smith piaccia ben poco ''romanzare'', perché ancora una volta mi trovo a rimproverarle la mancanza di informazioni. Questo Damon? Non viene presentato in maniera adeguata. Passi pure la duplice apparizione di Damon al cospetto di Elena, che crea un bel po' di aspettative, ma poi nel momento cruciale, nel faccia a faccia tra i due fratelli, le aspettative si frantumano in delusione. Eppure la Smith si deve essere impegnata non poco nei due personaggi; i loro nomi ci fanno sperare in qualcosa di grande, di intrigante, di pericoloso: Stefan (da Santo Stefano, primo martire) e Damon (demonio, creatura del male assoluto) Salvatore (quindi ''colui che reca salvezza'' in opposizione con la natura di vampiro). Nel momento del confronto, però, i due personaggi si rincorrono come ragazzini, come immaturi. Il loro linguaggio curato non interessa. Le loro abilità da vampiri sono noiose. I Poteri? Non vengono neanche presi in considerazione. E poco importa se alla fine del romanzo Stefan scompare misteriosamente ed Elena corre a cercare Damon per salvarlo. Poco importa, perché l'intera vicenda ha annoiato profondamente il lettore, perché ha letto un libro e non ha viaggiato, e questa è l'accusa più grande che si possa fare ad un romanziere.

In conclusione, chiedo venia se qualcuno possa risentire di questa bruttissima critica al libro, comprendo benissimo che il lettore di cui parlo (ovvero l'io lettore, io stessa) sia differente da ogni altro tipo di lettore esistente. Ma per coloro i quali condividono un gusto letterale simile al mio, consiglio vivamente di non leggere quest'opera.

martedì 15 novembre 2011

L'ultima lettera di Alda Merini

Due anni fa si spegneva a Milano la poetessa dei Navigli. Sul letto d'ospedale, due giorni prima di morire, scrisse a Benedetto XVI un'epistola che si pensava perduta. Eccola:

Io sono come la Maddalena


di Alda Merini
Ospedale San Paolo

Milano, 28 ottobre 2009

Sua Santità Benedetto XVI
Santo Padre, mentre La ringrazio, La prego di tenere conto dei continui omaggi molto belli fatti da alcuni miei allievi, fra i quali Giuliano, i quali, pur onorandoLa, sono assai lontani da Lei. Noi poveri peccatori cerchiamo di onorarLa con disegni e preghiere, ma non vorremmo toccare l'ambito della superbia in cui è facile cadere. Grazie a Dio il Cristianesimo trionfa ma attenti alle false meretrici e peccatrici perché Dio ama i peccatori come noi.
Io sono un guado pieno di errori che ho fatto e di cui mi pento.
Santo Padre ho sentito la Terra Santa perché ho incontrato faccia a faccia il Signore. Io sono vissuta nella sporcizia, ho servito San Francesco e avrei voluto venire da Lei ma me lo hanno proibito per la mia salute e per riguardo ad Ella. «Peccatore come sono» ma madre sicura che non meritava 4 figli. Sono belli ma non cattolici, alcuni di loro non sanno di essere battezzati. Vanno a derubare la loro mamma ma sono sempre doni caro Santo Padre. Questi buoni ladroni sono la mia consolazione e moriranno con me, con i miei dolori.
Hanno pianto, non avevano la mamma.
Ma la mamma è sempre stata con loro, non li ha mai abbandonati. Oh dolce è stato il mio destino al quale ho lasciato i miei anni. Come è vera la storia di Maddalena, anche io come Maddalena. Abbracci le donne sono fredde come il ghiaccio. Per la malattia e la guarigione di Alda Merini.
La lettera è stata pubblicata su Il Sole 24 ORE nell'inserto Domenica del giorno 13 Novembre 2011, allegata all'articolo di Gianfranco Ravasi, che potete leggere qui.

domenica 13 novembre 2011

One Step More to the Sea



Movie: One Step More to the Sea
Revised romanization: Bada Jjoteuro, Han Ppyeomdeo
Hangul: 바다 쪽으로, 한 뼘 더
Director: Ji-yeong Choi
Writer: Ji-yeong Choi
Release Date: May 21, 2009
Runtime: 90 min
Language: Korean
Country: South Korea

CAST:
Ji-yeong Park - Yeon-hee
Han Ye-Ri - Won-woo
Kim Young-Jae - Seon-jae
Hong Jong-Hyeon - Jun Seo



Questo film ci mostra lo spaccato di vita di una adolescente affetta da narcolessia: Won Woo. Si percepisce, fin da subito, la sofferenza che questa giovane ragazza è costretta a portare sulle spalle. La narcolessia è il suo peggior nemico, incide in maniera negativa nella sua vita. Won Woo, infatti, non può controllare la sua malattia: si addormenta ovunque, in classe, per strada, a casa; non può sforzarsi, non può correre, non può fare tardi la sera... non può vivere come una normale adolescente. I suoi compagni di classe la ignorano, quando non la trattano da bambina; i professori non la prendono in considerazione; sua madre è iperprotettiva e non le lascia libertà.


 Si percecisce, pian piano nello scorrere della storia, una Won Woo diversa dalla ragazzina che si vede: lei soffre, lei grida di dolore, lei è stanca. La sua ribellione psicologica non è eclatante, così come non lo è la protagonista... tutto ruota intorno alla richiesta di una bicicletta che le verrà costantemente negata dalla madre, in pensiero per l'incolumità della figlia. Questa bicicletta si carica di significati nuovi: diviene senso di libertà, di fuga dalla realtà, di noncuranza, perché Won Woo vorrebbe solamente sentirsi normale, vorrebbe dimenticarsi della sua malattia, e lasciarsi andare definitivamente. Così, costretta dagli eventi, finirà per comprarne una di nascosto, grazie anche all'aiuto di Jun Seo, un ragazzo che ha sempre vegliato segretamente su di lei.

Il motivo chiave di tutto il film è la perdita, il cambiamento che porta con sé una perdita. Lo possiamo riscontrare dall'inizio fino alla fine del film: Won Woo ha perso il padre, vive con la madre e con la nonna; in giovane età le è stata diagnosticata la narcolessia, impedendole di vivere serenamente come ogni ragazza; l'allontanamento (che è sentito quasi come una perdita) della madre in seguito alla sua relazione con un fotografo, la perdita della paura e dell'attenzione alla sua malattia (Won Woo corre, salta, va in bici, quasi a dimenticarsi della narcolessia, quasi come una protesta, come atto di punizione, contro quel dolore che le sta uccidendo il cuore)... La perdita è presente, metaforicamente, in maniera chiara alla fine del film: la nonna Seo dissotterra dal giardino un piccolo barattolo in cui era stato conservato un dente di latte, caduto al padre di Won Woon quando questi era ancora piccolo. Ecco il cambiamento, la perdita, attraverso una delle scene più naturali e genuine possibili, un dente di latte caduto, che inaugura il passaggio del bambino ad una età più adulta, il passaggio necessario, una perdita determinante, che non sempre ha un significato positivo o negativo, ma che porta sempre, e necessariamente, dei cambiamenti.


E forse è proprio questo che il regista vuole comunicare: al di là delle difficoltà della vita, al di là del dolore e della gioia, nel corso della vita per andare avanti bisogna sempre lasciare indietro qualcosa.

Lo staff di OasiFansub ha tradotto e ha messo a disposizione per noi i sub. Ringrazio infinitamente.

lunedì 7 novembre 2011

Corea: l'Associazione degli Inserzionisti dichiara guerra ai drama ''non etici''


Gli inserzionisti si sono fatti avanti per fermare la messa in onda di alcuni drama considerati immorali.
Sulla base del giudizio delle organizzazioni civiche, secondo le quali gli effetti collaterali negativi dei drama mandati in onda da emittenti televisive hanno raggiunto un livello allarmante, l'Associazione degli Inserzionisti della Corea chiedere che ciascuna emittente televisiva agisca a riguardo.

L'associazione chiede a ciascuna emittente di mandare in onda i drama ritenuti educativi al posto di quelli ritenuti non-etici.

L'associazione continua affermando che "i drama non-etici sono socialmente indesiderabili e riducono l'efficacia dei costi attraverso il loro impatto negativo sulla pubblicità", aggiungendo, poi, "che il problema deve essere urgentemente risolto".

Uno studio ha scoperto che la pubblicità sui drama considerati immorali ha un impatto negativo sull'immagine di un inserzionista. Kim Bong-hyeon, docente di pubblicità e pubbliche relazioni alla Dongguk University di Seoul, ha detto, nel suo rapporto "Gli effetti del contenuto dei drama per inserzionisti e pubblicità", che gli spettatori che hanno una avversione per un drama con contenuto negativo hanno la stessa avversione per spot pubblicitari mostrati dopo il drama e per i marchi in pubblicità nel drama stesso, in particolare, gli annunci con un attore o un'attrice che interpretano un personaggio cattivo nel drama hanno un enorme impatto negativo.

L'YMCA di Seoul ha monitorato 29 drama in onda sulle reti KBS, MBC e SBS, da Luglio a Settembre di quest'anno, ed ha concluso che tutti avevano elementi considerabili non etici.
Hanno, inoltre, considerato i drama Twinkle Twinkle e Miss Ripley (in onda su MCB), Miss Ajumma e New Gisaeng Story (in onda su SBS), e Believe in Love (in ondasu KBS2), come i peggiori drama, sostenendo che la loro immoralità ha raggiunto un livello allarmante..

I drama sotto accusa sono:

- Ojak Brothers (오작교 형제들 - 2011)
- Indomitable Daughters-In-Law (불굴의 며느리 - 2011)
- Miss Ajumma (미쓰 아줌마 - 2011)
- Miss. Ripley (미스 리플리 - 2011)
- Twinkle Twinkle (반짝반짝 빛나는 - 2011)
- New Gisaeng Story (신기생뎐 - 2011)
- Believe in Love (사랑을 믿어요 - 2011)
- Bread, Love and Dreams (제빵왕 김탁구 - 2010)
- Temptation of Wife (아내의 유혹 - 2008)

Qui l'articolo completo

domenica 6 novembre 2011

Adotta una Parola

Grazie alla iniziativa della Società Dante Alighieri potete adottare una parola e diventarne custodi per un intero anno! Potete trovare nel blog della gentilissima Acalia tutte le informazioni. Io ho adottato la parola aspro, aggettivo presente nei primi versi della Divina Commedia, come omaggio a Dante Alighieri.

 Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 




sabato 5 novembre 2011

The Blood of Rebirth

Titolo: Yomigaeri no chi / 蘇りの血
Regia: Toyoda Toshiaki
Sceneggiatura: Toyoda Toshiaki.
Durata: 83 minuti
Data d'uscita: 19 Dicembre 2009
Produzione: Giappone

CAST:

Tatsuya Nakamura - Oguri
Mayuu Kusakari - Terute
Kiyohiko Shibukawa - Il Signore Daizen

La Trama:
Per una adeguata comprensione di questo film sembra quasi obbligatoria la conoscenza degli eventi che hanno visto come protagonista il regista stesso, Toyoda Toshiaki. Il grande regista, il cui talento si è affermato verso la fine degli anni '90, nel 2005 fu arrestato per possesso di sostanze stupefacenti, con conseguente allontanamento dal mondo del cinema (come è d'uso in Giappone). Scontata la sua condanna ed impaziente di mettersi di nuovo alla prova, Toyoda Toshiaki, dopo un silenzio durato circa quattro anni, torna con idee più geniali che mai: con uno staff ridotto ed un misero budget dà alla luce il suo 'The Blood of Rebirth', che neanche a farlo apposta, parla di rinascita, forse a sancire metaforicamente la sua rinascita a livello professionale. 
La storia è pressocché misera di contenuti: sappiamo solo l'essenziale, il sufficiente, affinchè non sia troppo particolareggiata, affinché divenga un messaggio di rinascita assoluto, declinabile ai molti, e non al singolo caso.
Protagonista assoluto è un uomo che si è guadagnato la fama di grande massaggiatore, un uomo libero e solitario: Oguri. Fin dall'inizio percepiamo che qualcosa non quadra, che sta per accadere qualcosa di irrimediabile: infatti, il nostro massaggiatore, viene richiesto, per le sue doti, da un ricco signore di nome Daizen, il quale vuole alleviare la sofferenza del suo corpo malato. Ed è qui che assistiamo alla tragedia, al punto focale della vicenda: il signore Daizen, che (come ogni Signore che si rispetti) ha una grande smania di potere e di prestigio, colto da una folle gelosia nei confronti di Oguri, che è in salute, lo avvelena, provocando la sua morte. Questo episodio diventa, quindi, in uno scenario rude quanto banale, il punto di non ritorno: necessaria è, a questo beffardo scherzo del destino (e del Signore Daizen), una punizione che si riveste di vendetta omicida.
Il nostro protagonista, infatti, giunto nell'aldilà (una delle scene che preferisco: l'aldilà presentato con estrema neutralità e banalità, senza forzature di nessun tipo), decide di tornare sulla terra per sistemare i conti in sospeso. Così Oguri ritorna sulla terra come Spirito Affamato, privo di forze ed in balia di tutto. Sarà la bella e giovane Terute, tenuta come schiava nella dimora del Signore Daizen, a ritrovare il corpo di Oguri dopo essere scappata, e a prendersene cura. La bella Terute è, però, costantemente inseguita da Daizen, ed in un atto di amore ultimo ed estremo, si farà vittima della spada di Daizen pur di mettere in salvo il nostro Oguri. 
Siamo ad una svolta: Oguri, salvatosi per merito della bella Terute, può immergersi nella fonte della Primavera della Rinascita, dalla quale esce più forte che mai, pronto ad ogni costo ad ottenere la sua vendetta. 
Direttosi, dunque, dal barbaro Daizen, lo uccide, dirigendo la spada subito dopo su se stesso: siamo davanti ad un processo di nascita, morte, rinascita, morte e di nuovo rinascita, questa volta insieme alla giovane Terute, che aveva sacrificato la sua vita in nome di un ragione superiore.

I personaggi:
Oguri: sappiamo ben poco di lui. E' un abile massaggiatore, è riservato, è attento. Costretto ad una morte ingiusta, tornerà dal regno dei morti per una giusta vendetta. E' l'alter-ego per eccellenza del regista Toyoda Toshiaki, è un uomo che non si lascia sopraffare dal destino, dal corso degli eventi, ma ha pieno controllo di sé e della sua vita, a tal punto da ritornare dal regno dei morti per conquistarsi la sua giustizia. E' la metafora dell'uomo moderno. E' la metafora dell'uomo moderno in un mondo che è come l'inferno, peggio dell'inferno stesso. Il regista sembra sussurrarci che la vita ci porrà sempre di fronte a degli ostacoli, che possono sembrare insormontabili (la morte), ma che è possibile risolvere (la rinascita), che bisogna lottare per riuscirsi (lo Spirito Affamato privo di forze), che bisogna tenere duro, perché gli sforzi verranno sempre premiati (ritorno delle forze dopo l'immersione nella Primavera di Rinascita). Ed è proprio questo che è successo allo stesso regista: ha toccato il fondo, ma dopo quattro lunghi anni, è ritornato gridando la sua 'rinascita'.


Il Signore Dazen: personaggio avido ed invidioso, si dedica ai piaceri terreni e vuole essere padrone di tutto e tutti. Rappresenta, metaforicamente, il germe malato della società: bisogna estirparlo prima che danneggi gli altri. E la povera Terute, il nostro Oguri, tutte le donne che ha fatto decapitare in seguito al manifestarsi della sua malattia, ne sono una prova evidente. 

Terute: giovane e bella, rappresenta l'inesperienza alla vita, l'incapacità di agire, la mollezza dello spirito e del corpo. Nonostante fosse tenuta come una misera schiava dal Signore Daizen, Terute non mostra intenzione di voler abbandonare quel luogo, nonostante i consigli compassionevoli di Oguri. Metaforicamente, possiamo leggere nel personaggio di Terute la non-volontà di agire, perché l'azione indica un dispendio superiore di energie, indica un numero elevato di problemi da affrontare, perché la vita punisce gli uomini, perché la terra è un vero inferno.


Ma questa mollezza d'animo si trasforma in azione dopo la morte di Oguri, diventando strumento, elemento funzionale e necessario al completamento della Rinascita. Si legge chiaramente, tra le righe, un ammonimento rivolto a tutti: non bisogna lasciare che gli eventi facciano il loro corso, non bisogna lasciare che la vita ci scivoli addosso, ma bisogna agire, affinché si raggiungano i propri obiettivi.





Inoltre ringrazio lo staff di AsianWorld per aver messo gentilmente a disposizione i sub.

venerdì 4 novembre 2011

Poseidon

Titolo: 포세이돈 / Poseidon
Genere: Azione
Episodi: 16
Broadcast network: KBS2
Broadcast period: dal 19/9/2011 al 08/11/2011
In onda: Lunedì e Martedì alle 21:55
Produzione: Corea del Sud


Il drama si concentra sui doveri speciali degli ufficiali della Guardia Costiera della Corea del Sud (salvataggi, minacce terroristiche, missioni speciali),  e sulle conseguenze che il loro lavoro ha nella vita, e nelle relazioni d'amore. Il drama prende il nome dal Poseidon Team, un'unità delle forze speciali dei Marines.
Attraverso le vicende che legano tra loro i diversi personaggi, il drama vuole far riflettere sugli ostacoli che ogni giorni si incontrano nella vita, su come bisogna lottare e tener duro per superarli. Il tutto, ovviamente, farcito da interessanti scene d'azione, dove è possibile vedere il piccolo SuperJunior Si Won in un ruolo tutto nuovo.

Inoltre, i FanSubber italiani, che ringrazio sempre infinitamente, sono già a lavoro per noi. 


Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate

Il 4 Novembre è una ricorrenza molto importante nella storia d'Italia: si celebra in questa data l'anniversario della fine della prima guerra mondiale (1918) con la firma dell'armistizio a Villa Giusti che sanciva la fine delle ostilità tra l'Italia e l'Austria-Ungheria a seguito della vittoria italiana sul Piave e nella battaglia di Vittorio Veneto.
In occasione del 4 Novembre (e dei giorni precedenti, in modo particolare il 2 Novembre) lo Stato Italiano rende omaggio al Milite Ignoto, la cui salma rappresenta simbolicamente tutti i caduti in guerra i cui corpi non sono mai stati identificati o ritrovati, situata a Roma presso l'Altare della Patria.
La vittoria nella battaglia di Vittorio Veneto è stata una grande conquista italiana ma non bisogna dimenticare il sacrificio che è costato: 689.000 morti e 1.050.000 italiani feriti e mutilati.  

Storia e celebrazioni (Da Wikipedia)

Il 4 novembre è stata l'unica festa nazionale che, istituita nel 1919, abbia attraversato le età dell'Italia liberale, fascista e repubblicana. Fino al 1977 è stata un giorno festivo a tutti gli effetti. Da quell'anno in poi, a causa di una riforma del calendario delle festività nazionali introdotta per ragioni economiche con lo scopo di aumentare il numero di giorni lavorativi, è stata resa "festa mobile" che cadeva nella prima domenica di novembre. Nel corso degli anni '80 e '90 la sua importanza nel novero delle festività nazionali è andata declinando, ma recentemente (in corrispondenza con la Presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi) è tornata a celebrazioni ampie e diffuse.
In occasione del 4 novembre e dei giorni immediatamente precedenti le più alte cariche dello Stato rendono omaggio al Milite Ignoto, la cui salma riposa presso l'Altare della Patria a Roma, e si recano in visita al Sacrario di Redipuglia dove sono custodite le salme di 100.000 caduti nella guerra del '15-'18, nonché a Vittorio Veneto, la località in cui si svolse l'ultimo confronto militare della Grande Guerra fra Esercito italiano ed esercito austro-ungarico. Le celebrazioni più importanti si tengono a Trento, Trieste e Roma. In occasione della giornata delle Forze Armate, inoltre, è prassi che il Capo dello Stato e il Ministro della Difesa inviino all'esercito un messaggio di auguri e di riconoscenza a nome del Paese.
In età repubblicana, durante la festa delle Forze Armate è stata pratica diffusa quella di aprire al pubblico le caserme per favorire l'incontro fra militari e civili. Spesso venivano organizzate esposizioni di armamenti e mostre riguardanti in particolare la prima guerra mondiale all'interno delle caserme. Usuali erano anche, specie negli anni '50 e '60, le dimostrazioni sportive e le esercitazioni dimostrative dei soldati. Nelle principali città italiane inoltre si tenevano concerti in piazza delle bande militari. I Ministeri della Difesa e dell'Istruzione collaboravano affinché bambini e ragazzi prendessero parte alle celebrazioni di fronte ai locali Monumenti ai Caduti. In alcuni anni furono anche promosse iniziative come il libero accesso a cinema e mezzi pubblici per gli appartenenti alle Forze Armate, e la possibilità per le famiglie di ospitare a pranzo un giovane di leva.
La festa delle Forze Armate è andata incontro a contestazioni nella stagione dei "movimenti giovanili" di varia matrice. Specialmente nella seconda metà degli anni '60 e nella prima metà degli anni '70, in occasione del 4 novembre il movimento radicale, gruppi dell'estrema sinistra e gruppi appartenenti al "cattolicesimo dissidente" hanno dato vita a contestazioni per chiedere il riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza o per attaccare in generale l'istituzione militare. Spesso la contestazione veniva portata avanti attraverso la distribuzione di volantini o l'affissione di manifesti polemici nei confronti delle Forze Armate. Non di rado i contestatori venivano perseguiti per l'offesa all'onore e al prestigio delle Forze Armate e per istigazione dei militari alla disobbedienza. Data la diversa estrazione ideologica di ciascun gruppo di contestatori, comunque, non è possibile generalizzare sui moventi e sugli scopi di queste contestazioni. A grandi linee, i gruppi del cattolicesimo dissidente (i cd catto-comunisti) insistevano sul pacifismo e sulla condanna della guerra, ritenendo fuori luogo una "celebrazione" dell'esercito e della vittoria del 1918 e invitando piuttosto a considerare il 4 novembre un "giorno di lutto". Il partito radicale era mosso dall'antimilitarismo e sosteneva con convinzione la battaglia per l'abolizione dell'obbligo di leva. I gruppi dell'estrema sinistra extraparlamentare invece non rifiutavano l'utilizzo della forza e delle armi ma sostenevano che nell'Esercito italiano gli alti gradi fossero ricoperti da personalità con idee di destra o di estrema destra e che, di conseguenza, nelle caserme esistessero discriminazioni nei confronti di chi aveva convinzioni politiche diverse.
Al di là di questi gruppi di contestazione, comunque, la giornata delle Forze Armate ha goduto di favore popolare e i rapporti prefettizi degli anni '50 e '60 riferiscono spesso di celebrazioni molto partecipate in tutti i centri d'Italia. Un declino dell'interesse nei confronti della ricorrenza si è avuto, come si accennava prima, con la derubricazione del 4 novembre a "festa mobile" a partire dal 1977.
Recentemente, sotto l'impulso di una rinnovata attenzione ai simboli e alle festività nazionali promossa dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) la giornata delle Forze Armate è tornata a celebrazioni più estese e partecipate. 

martedì 1 novembre 2011

Esattamente due anni fa moriva Alda Merini


Se la mia poesia mi abbandonasse

come polvere o vento,
se io non potessi più cantare,
come polvere o vento,
io cadrei a terra sconfitta
trafitta forse come la farfalla
e in cerca della polvere d’oro
morirei sopra una lampadina accesa,
se la mia poesia non fosse come una gruccia
che tiene su uno scheletro tremante,
cadrei a terra come un cadavere
che l’amore ha sconfitto.
(Alda Merini)


La Poetessa si raccontava così in una intervista:
“Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po’ eleganti altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell’Inghilterra, perché noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava, arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt’a un tratto, boom, la gente è impazzita. Abbiamo perso tutto. Siamo scappati sul primo carro bestiame che abbiamo trovato. Tutti ammassati. Siamo approdati a Vercelli. Ci siamo buttati nelle risaie perché le bombe non scoppiano nell’acqua, ce ne siamo stati a mollo finché non sono finiti i bombardamenti. Siamo rimasti lì soli, io, la mia mamma e il piccolino appena nato. Mio padre e mia sorella erano rimasti in giro a Milano a cercare gli altri: eravamo tutti impazziti. Ho fatto l’ostetrica per forza portando alla luce mio fratello, ce l’ho fatta: oggi ha sessant’anni e sta benissimo. La mamma invece ha avuto un’emorragia, hanno dovuto infagottarla insieme al piccolo e portarseli dietro così, con lei che urlava come una matta.
A Vercelli ci ha ospitato una zia che aveva un altro zio contadino, ci ha accampati come meglio poteva in un cascinale. Sembrava la Madonna mia madre, faceva un freddo boia, era una specie di stalla, ci siamo rimasti tre anni. Non andavo a scuola, come facevo ad andarci? Andavo invece a mondare il riso, a cercare le uova per quel bambino piccolino: badavamo a lui, era tutto fermo, c’era la guerra. Stavo in casa e aiutavo la mamma, andavo all’oratorio, ero una brava ragazza io. Io sono molto cattolica, la mia parrocchia a Milano era San Vincenzo in Prato. Mi sento cattolica e profondamente moralista, nel senso che sono una persona seria allevata da genitori serissimi, pesanti e pedanti in fatto di morale. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che… credo in un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo… con la barba, vecchio, un po’ cattivo, un Dio crudele che ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio “Magnificat” è stato esaltato, perché ho presentato una Madonna semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore dell’Annunciazione, che non accetta fino in fondo perché lei ha San Giuseppe.
Io pregavo da bambina, ero sempre in chiesa, sentivo sette, otto, dieci messe al giorno, mi piaceva, però non ci vado più dai tempi del manicomio. Ho trovato una tale falsità nella Chiesa allora, in manicomio vedevo le ragazze che venivano stuprate e dicevano di loro che erano matte. Stuprate anche dai preti, allora mi sono incazzata davvero. L’ho visto accadere ad altri, non è una mia esperienza. La Chiesa è dura con le donne, da sempre. Però oggi come sono magre e secchette le donne, prima erano belle adipose. Sono tornata a Milano quando è finita la guerra, siamo tornati a piedi da Vercelli, solo con un fagotto, poveri in canna, e ci siamo accampati in un locale praticamente rubato, o trovato vuoto, di uno straccivendolo. E ci stavamo in cinque. Abbiamo ripescato anche mia sorella che era partita con i fascisti, con i tedeschi, aveva imparato, si metteva in strada, tirava su le gonne, i tedeschi andavano in visibilio e le regalavano il pane, si sfamava così, si alzava solo la gonna, era bellissima.
In questo stanzone stavamo tutti e cinque, accampati, con delle reti, allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti, io sono zia del sindacalista Pierre Carniti e anche mio marito era sindacalista. Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui. Andavamo a mangiare la minestra da mia madre perché lui non aveva ancora un lavoro. Poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta. Ho avuto la mia prima bambina nel 1955, Emanuela, poi nel 1958 è nata anche Flavia. Avevo 36 anni quando è nata la mia ultima figlia, Simona, e prima ancora era arrivata Barbara.”
Fonte: http://www.aldamerini.it/