venerdì 2 dicembre 2011

La Battaglia dei Libri, Jonathan Swift

Amo leggere. Nella mia biblioteca ci sono numerosi volumi, libri appartenenti ad epoche passate e libri dei giorni nostri. La letteratura italiana per me è molto importante, perché mi permette di conoscere le origini del mio paese, della morale comune, delle tradizioni. In aggiunta a ciò, il lettore (me come chiunque altro) che si avvicina alla grande letteratura italiana non trova nessuna difficoltà: il corso del tempo ha già eliminato tutti quei trattati e documenti che non erano degni di arrivare ai posteri, così il lettore moderno si trova davanti sempre opere con una certa fama e un certo valore. Non può mai sbagliare. Il problema (se di problema si vuol parlare) è rappresentato dalla produzione contemporanea. La mole di opere stampate e pubblicate è talmente vasta che risulta impossibile tenerne il passo. Qui sorge un vero e proprio problema (se mi concedete di considerarlo come tale): quale opera è degna di essere letta? Quale no? Quale opera sarà trasmessa ai posteri? Il lettore non può rispondere a nessuna di queste domande. Gli è concesso, però, di mettere in campo la sua critica (e qui il lettore diventa protagonista della storia) e stabilire lui stesso, in base a criteri più o meno oggettivabili, quali opere siano degne e quali meno. E' un lavoro di gran prestigio, ma molto duro e senza nessuna riconoscenza.
Presa coscienza di questa situazione, il lettore continua a interrogarsi: Bisogna leggere i classici o i moderni? Le pubblicazioni dei moderni possono essere consacrate come Letteratura solo dal Tempo e dalla Fama? Il dibattito tra Antichi e Moderni continua a vivere nel tempo. 'Continua' perché è un dibattito tutt'altro che moderno, ed è interessante vedere come Jonathan Swift all'inizio del Settecento dedichi a questo dibattito un'interessante opera satirica: La Battaglia dei Libri.

Quest'opera fu pubblicata nel 1704 da Jonathan Swift.

Sir William Temple (politico e scrittore inglese, di cui Swift ne era segretario a partire dal 1689), aveva lodato le spurie epistole di Falaride, che aveva considerato ad occhi chiusi come genuine, all'interno di un suo saggio sulla Querelle, ovvero sui meriti degli scrittori antichi e dei moderni. Questo suo saggio scatena attacchi e considerazioni avverse da parte del famoso grecista Richard Bentley e di William Wotton: si era riaperta la famosa Querelle che aveva avuto origine in Francia tra Perrault e Fontenelle.

Jonathan Swift (1667-1745) tratta l'intera vicenda in tono satirico. Immagina che la battaglia abbia luogo in una biblioteca in seguito alla richiesta dei Moderni che gli Antichi liberino la punta più alta delle due cime del Parnaso, da loro occupata da sempre.
Le trattative di un accordo pacifico falliscono, gli Antichi rifiutano di assecondare le richieste dei Moderni: ha inizio la battaglia.
Si scontrano sul campo gli Antichi contro i corrispettivi moderni (Aristotele contro Bacone, Omero contro Wesley, Virgilio contro Dryden...).
Il momento più celebre dell'intera battaglia , che ha una massima funzione allegorica e catalizzatrice, è lo scontro tra un ragno (che rappresenta i Moderni) e un'ape (che rappresenta gli Antichi). Questa metafora dei due schieramenti attraverso i due insetti non è propriamente di Swift, ma l'autore la prende in prestito dal Novum Organum del 'moderno' Bacone.
Assistito allo scontro tra l'ape e il ragno, Esopo ne trae la morale: il Ragno è come i moderni che estraggono dalle loro stesse viscere la loro ragnatela, la loro scienza; l'Ape, invece, è come gli Antichi che estraggono dalla natura il loro miele, attingono da elementi già esistenti per dare vita ad una sostanza dolce (il miele) e luminosa (la cera).

L'opera di Swift termina senza finale. Ad una prima lettura superficiale sembra quasi che l'autore stesso si sia schierato dalla parte degli Antichi, ma questo non possiamo dirlo con certezza.
In realtà Swift fa di tutto per celare se stesso. L'opera è stata pubblicata per la prima volta nel 1704 come anonima, proprio a voler nascondere il suo pensiero, per sottolineare una realtà spiacevole a lui contemporanea: la dilagante intolleranza nei confronti della comunità, della letteratura, dell'arte, tanto che si parla di una vera e propria crisi dello Stato Intellettuale. Swift non si schiera contro nessuno, né tantomeno si pone a loro difesa. Ciò che emerge, invece, è la necessità dell'esistenza di entrambi gli schieramenti: ad ogni Antico corrisponde sempre un moderno, se non due. Ne deriva una struttura familiare, come un albero genealogico, che unisce gli Antichi e i corrispettivi moderni come appartenenti ad una famiglia, dove entrambi sono necessari, questo a maggior ragione se si considera il fatto che la fama degli Antichi perdura nel tempo anche grazie alle riproposizioni dei Moderni. La vera battaglia, quindi, non è tra Antichi e Moderni, bensì tra la comunità che non è in grado di accettare la convivenza di questi due schieramenti. Ovviamente non bisogna fare di tutta l'erba un fascio: i Moderni non devono imitare (negativamente) gli Antichi, piuttosto devono risalire agli Antichi e devono anche perseguire il nuovo, in un processo di crescita culturale che guarda al progresso e non solamente al passato.

Voi che ne pensate in merito al dibattito Antichi-Moderni?

3 commenti:

  1. Domanda veramente complessa! Finora non mi ero mai posta il problema.
    Probabilmente è vero che, come dici tu, tra gli Antichi la scrematura è già avvenuta ed è difficile che sia giunta a noi troppa spazzatura; per quanto riguarda i Moderni il rischio di imbattersi in lavoracci è purtroppo concreto.
    A mio parere adesso vengono esaltati eccessivamente scrittori che non lo meritano e che nel passato sarebbero rimasti nell'ombra. Il diffondersi della cultura non è necessariamente positivo, se non si tratta di vera cultura ma di capacità di base: prima gli alfabetizzati che potevano avvicinarsi ad alcuni libri erano pochi, adesso tutto è diluito e reso facile, alla portata di chiunque. La letteratura, diventando per tutti, abbassa drasticamente le sue aspirazioni e i rari capolavori che vengono prodotti rischiano di essere sommersi da una massa di opere mediocri e trascurabili.

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  2. Esatto. A ciò si aggiunge che la critica istituzionale non ha quasi più nessuna qualità, e che tutti oggi si credono dei critici, lodando opere di dubbio valore. La questione sembra irrisolvibile ._.

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