venerdì 20 aprile 2012

Osamu Dazai. Il sole si spegne

Osamu Dazai (1909-1948). Kazuko racconta dei tristi eventi che coinvolsero la sua famiglia, eventi che portarono alla morte della madre e del fratello.
Il sole si spegne è uno dei romanzi a cui è affidata la fama e il ricordo dell’autore, morto suicida l’anno successivo alla pubblicazione.

Quando fingevo d’esser un ragazzo precoce, la voce si sparse che ero precoce. Quando mi comportavo da ozioso, la voce fu che ero un ozioso. Quando facevo finta di non saper scrivere un romanzo, la gente diceva che non sapevo scrivere. Quando mi comportavo da bugiardo, mi chiamavano bugiardo. Quando mi comportavo da ricco, sparsero la voce che ero ricco. Quando ostentai indifferenza, mi classificarono tra gli indifferenti. Ma quando io, senza volere, mi lamentai perché davvero soffrivo, sparsero la voce che fingevo la sofferenza.Il mondo è fuori sesto. 
Il sole si spegne, pubblicato nel 1947, rappresenta la desolazione e il tragico destino di un paese che ha perso la propria dignità, di una popolazione che ha smarrito la direzione, ritrovandosi immersa in una realtà non conosciuta, ostile e tenebrosa.
Kazuko, giovane ragazza, ci racconta la storia con estrema naturalezza, costringendoci ad immedesimarci e condividere il dolore da lei vissuto, ci accompagna lungo la rovina della sua famiglia, di origine aristocratica, che si è vista distrutta dalle nuove idee, dalla nuova moralità, dalla nuova realtà scaturita dal conflitto mondiale. Ed è così che il romanzo deve essere inteso. Al di là della particolare vicenda di Kazuko, si percepisce l’angosciosa di una nuova realtà che si presenta agli occhi non solo di un aristocratico giapponese, ma di un qualsiasi medio giapponese, alla fine della guerra. Il sole si spegne è la storia di un tramonto, quello del mondo giapponese in cui ogni valore, ogni storia, ogni verità aveva un suo preciso ed univoco posto.
I cervelli più vecchi e più saggi del mondo ci hanno sempre descritto la rivoluzione e l’amore come le due più sciocche e ripugnanti attività dell’uomo. Prima della guerra, e anche durante la guerra, noi ne eravamo convinti. Ma dopo la sconfitta non prestammo più fede ai cervelli vecchi e saggi, e siamo giunti a pensare che l’opposto di quel che dicono è la verità reale sulla vita. Infatti, la rivoluzione e l’amore sono le cose più belle e più piacevoli del mondo, e proprio perché sono cose buone - adesso noi lo sappiamo - quei cervelli vecchi e saggi ci hanno spregiosamente offerto l’uva marcia della menzogna.  
Appare evidente dalle parole di Kazuko la crisi di fiducia che è diretta conseguenza dalla crisi della classe sociale a cui essa apparteneva. Il Giappone, uscito vinto e umiliato dalla seconda guerra mondiale, appare come una nazione piegata su se stessa. L’opera di Dazai non è un semplice romanzo, ma è stato - ed è ancora oggi - una vivida testimonianza della generazione che, credendo nella guerra, riceve solo distruzione e miseria.
 E’ abbastanza stupido: quello che mi rimane dell’esperienza di guerra è un paio di scarpe di feltro.
Sin dalle prime pagine del romanzo, Kazuko ci presenta, con devoto amore filiale, la figura della madre che ha un atteggiamento e un contegno da vera signora aristocratica. Kazuko sottolinea più volte questi aspetti della madre, gli stessi aspetti che mancano sia in lei che nel fratello Naoji. Ciò nonostante della madre arriva a noi solo un’immagine sfuocata. Sappiamo che è una donna esile e bella, ama i suoi figli, in particolare Naoji, ama i fiori primaverili, parla poco. Non altro. Tutto questo è funzionale al romanzo stesso. La madre è l’immagine ormai sbiadita e sfuocata (così come è la sua immagine che ne riceviamo) dell’aristocrazia che vive ora una fase di decadenza. Ed è in questa prospettiva che si deve intendere la malattia che inesorabilmente segnerà la morte della nobil donna. 
Forse, pensavo, mamma è l’ultima di coloro che riescono a concludere la propria vita in maniera bellissima e triste, senza lottare contro nessuno, senza odiare o tradire nessuno. Nel mondo a venire non ci sarà posto per gente così. Morire è bellissimo, ma vivere, sopravvivere… queste cose sembrano crudeli e contaminate di sangue. 
Dal canto loro, Naoji e Kazuko rappresentano due facce della stessa medaglia: morire o sopravvivere.
In entrambi i personaggi molti sono gli aspetti che appartengono alla personalità dell’autore. 
Naoji cerca di dimenticare il suo dolore, abbandonandosi alle droghe, all’alcol, alle donne. Egli è un alienato. Nato da aristocratico, tanta in tutti i modi di allontanarsi (moralmente) dalla sua classe d’appartenenza, nel tentativo di venir accolto dal “popolo”.  Sentendosi perennemente ospite di questa classe sociale e non potendo più ritornare al suo mondo, Naoji è come un’anima immobile in attesa della morte. Alla fine sceglierà la via del suicidio, lasciando una lunga lettera di confessione alla sorella. Proprio in questa lettere, così come nei diari di Naoji che la sorella legge segretamente, sembra nascondersi l’ultimo grido di disperazione dell’autore. Dove finisce Naoji e dove inizia Dazai non è dato saperlo, ed è soprattutto questo aspetto che rende particolarmente vivido e palpabile il dolore della generazione post-bellica.

Dalla parte opposta c’è la scelta di Kazuko: sopravvivere.
Kazuko rappresenta la forza e la tenacia di chi non si lascia vincere dagli eventi, che lotta per continuare a vivere, a respirare. Sebbene soffra per la crisi economica che ha inginocchiato la sua famiglia, non si lascia intimidire dagli eventi, indossa le sue scarpe di feltro e si dedica al lavoro dei campi. Sensibile e fragile, si rivela nel profondo una donna estremamente forte e guerriera. Innamoratasi del signor Uehara, scrittore e amico del fratello Naoji, scriverà a costui diverse lettere dicendosi disposta a sopportare il ruolo di amante. Non si lascia intimidire dalle incertezze del futuro, vende gli oggetti di valore per ricavarne denaro, così come vende la sua nobile nascita per ricavarne un amante marchiato dalla dissoluzione. Il suo desiderio è crescere il bimbo che porta in grembo e lottare “contro la vecchia moralità, come il sole”. Emerge una verità drammatica: il mondo è cambiato, ma la vecchia moralità resta immutata, stabile, fiera, a sbarrare la strada alla nuova realtà. Naoji e Kazuko (ma verrebbe da dire Osamu Dazai) sono come vittime sacrificali di una perdita di identità, al di fuori del mondo e della società, incapaci di farne parte. 

Ho amato particolarmente questo romanzo. La letteratura del secondo dopoguerra è sempre stata quella che meno preferisco, mentre questo romanzo lo leggerei mille altre volte. Spero possiate amarlo anche voi.

Citazioni dal volume Il sole si spegne, Osamu Dazai. Traduzione di Luciano Bianciardi.

4 commenti:

  1. Non ho mai letto nulla di Dazai, ma da tempo mi ripropongo di farlo. Per i giapponesi il secondo dopoguerra è stato un periodo particolarmente drammatico, le opere nate in quella fase transitoria hanno spesso elementi davvero interessanti, non solo per le vicende storiche ma soprattutto per gli sconvolgimenti psicologici provocati nei cittadini. Segno questo titolo per un recupero prioritario.

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  2. Accidenti, non conoscevo Dazai ma sento che potrei amare questo libro.
    Devo rimediare al più presto!! :)

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  3. Avevo giusto in programma di fare un salto in libreria lunedì, spero di trovarlo.

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