venerdì 4 maggio 2012

Una pagina tratta da I dolori del giovane Werther di J. W. Goethe

Rileggo in questi giorni I dolori del giovane Werther di Goethe, che avevo conosciuto diversi anni fa. Una tematica in particolare mi ha dato modo di riflettere, di pensare, di incuriosirmi: la Natura. Non si deve dimenticare il lavoro di naturalista di Goethe, che lasciò ai posteri ben 14 volumi di scritti naturalistici, e i suoi vasti interessi nel campo scientifico e filosofico. Questa Natura di cui oggi non si parla mai, che viene data per scontata, che viene distrutta, e che viene ricordata solo quando essa si ribella all’uomo, questa stessa Natura su cui non posiamo mai gli occhi è stata una fonte d’infinito amore per Goethe. La natura non è solamente armonia e fonte di vita, è anche un Mostro che eternamente ingoia, eternamente rumina. Una lettura quantomai contemporanea.
18 agosto
E’ dunque destino che dove un uomo trova la sua beatitudine lì pure deve trovare la sorgente della sua infelicità?
   Quella mia piena e ardente simpatia per la viva natura, quel sentimento che m’inondava di delizia e intorno a me faceva del mondo un paradiso, ora mi diviene un’insopportabile croce, uno spirito di tribolazione che m’insegue per tutte le strade.
   Altra volta, quando dalla rupe contemplavo, oltre il fiume e fino ai poggi opposti, tutta l’ubertà della valle, e intorno a me vedevo da ogni parte ogni forma di vita germogliare, scaturire; quando vedevo quei monti, ammantati di fitti, alti boschi, dal piede alla cima, e le valli, nelle svariate curve, ombreggiate da graziosissime selve, e intorno il fiume, soavemente scendendo fra il sussurrio dei canneti, specchiava le care nubi che la mite brezza vespertina cullava sopra a me nel cielo; e poi udivo intorno a me il canto degli uccelli animare la selva, e i moscerini a milioni di sciami danzavano lietamente nell’ultimo raggio rosso di sole, e l’ultimo guizzo del sole staccava l’insetto ronzante dalla sua foglia d’erba, e la mia attenzione era richiamata da tutto quel fruscio e tramestio sulla terra, sicché il muschio che dall’aspro sasso su cui stavo riesce tuttavia a strappare il suo nutrimento e la sterpaia che prospera su un pendìo di arida sabbia mi rivelavano la misteriosa, ardente, santa vita della Natura; oh come allora accoglievo tutto ciò nel mio caldo cuore, e in quella esuberante pienezza mi sentivo divino, e le splendide forme dell’infinito universo si movevano, animatrici di tutto, entro l’anima mia!
   Grandiosi monti mi circondavano, abissi mi stavano innanzi, e torrenti vi cadevano precipitosi; i fiumi scorrevano sotto di me, e ne sonavano la selva e il monte; e io le vedevo, le misteriose Forze, operare e generare congiunte nelle profondità della terra; mentre sopra la terra e sotto il cielo brulicano le generazioni d’innumerevoli specie. Tutto, in ogni dove, è popolato d’innumerevoli forme, ma gli uomini si chiudono fra loro nelle loro casucce, vi si annidano, e si proclamano signori del creato. Illuso! tu che vedi tutto piccolo perché sei, tu, piccolo.
   Dai monti impervii, e dai deserti che nessun piede calpestò, fino al termine degli oceani inesplorati, va il respiro dell’Eterno Creatore, e si compiace in ogni granello di polvere che lo riceve e ha vita.
   Oh quante volte in quel tempo sospirai d’approdare, con l’ala della gru che sopra a me trasvolava, alla riva dell’Oceano smisurato per bere al calice spumeggiante dell’infinito quell’esaltante estasi vitale, per sentire, e fosse pure un attimo solo, entro la forza angusta del petto mio una stilla della Beatitudine di Colui che tutto ha in Sé e tutto da Sé produce!
   Fratello, solo il ricordo di quelle ore mi giova. Lo stesso sforzo di rievocare quegl’ineffabili sentimenti, e di ridirli, innalza la mia anima sopra se stessa, anche se poi mi fa sentire doppiamente l’affanno che adesso mi opprime.
   S’è alzato come un sipario davanti alla mia anima, e la scena della Vita Infinita si muta davanti alla mia anima nell’Abisso del Sepolcro eternamente spalancato. Puoi tu dire: “questo è” mentre tutto passa? mentre tutto precipita via con velocità fulminea, e avviene così raramente che qualcosa duri almeno quanto la forza congenita dell’esser suo pareva destinarle, perché il gorgo la rapisce prima, e la sommerge, e la sfracella alle rupi? Non c’è istante che non ti consumi, e non consumi i tuoi cari intorno a te; non un istante in cui non sii distruttore tu stesso, costretto ad esserlo. La più innocente passeggiata costa la vita a mille poveri vermucci, e un passo del tuo piede basta a demolire le faticose costruzioni delle formiche e a schiacciare tutto un microcosmo in una misera tomba. 
   Ahimè, non sono le grandi, eccezionali catastrofi quelle che mi commuovono: le piene che travolgono i villaggi, i terremoti che ingoiano la città. Ciò che mi scava il cuore è questa forza di morte che sta nascosta nell’universa nostra; la quale non ha generato nulla che non debba distruggere il suo prossimo e sé. Così, atterrito, barcollo.
   O Cielo, o Terra, o palpitanti forze intorno a me! Ormai non vedo nulla, tranne un Mostro che eternamente ingoia, eternamente rumina.
W. Goethe, I dolori del giovane Werther, trad. it. di G. A. Borgese, Mondadori, Milano, 1979

2 commenti:

  1. Lo lessi ai tempi della scuola e quello che resta più impresso, dopo tanti anni, sono le pagine di sofferenze per amore, raccontate in modo da farle quasi sentire al lettore sulla propria pelle. Fai bene a ricordare che nell'opera di Goethe anche la natura ha una parte fondamentale, sentita così vicina proprio grazie alla spiccata sensibilità del personaggio (e dell'autore stesso). Mi hai fatto venire voglia di riprendere in mano il libro dopo tutto questo tempo.

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  2. Di solito nei romanzi, di qualsiasi tipo, si tende a prestare attenzione solo alla tematica principale, dimenticando il meticoloso lavoro dietro ogni pagina ricca di spunti e di temi. Il Werther è una miniera di tematiche, tutte importanti, e ad una seconda lettura non possono proprio sfuggire :)

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