domenica 26 gennaio 2014

Si diventa lebbrosi come si diventa tiranni: ereditarietà o contagio


1947: data da ricordare. E' l'anno in cui viene istituito per la prima volta il Premio Strega, un riconoscimento letterario che viene assegnato all'opera italiana pubblicata tra l'aprile del precedente anno e il marzo dell'anno corrente che si è particolarmente distinta.

Il primo romanzo che ha vinto il premio è stato Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Assegnazione interessante, considerando che è stato l'unico romanzo che Flaiano abbia mai scritto. In considerazione di ciò, mi è venuta una voglia matta di conoscere il valore del primo premio strega, così ho acquistato il volume e l'ho letto tutto d'un fiato. Devo dire: capolavoro assoluto (almeno per quanto riguarda me e i miei gusti)!!! E' un romanzo che ti trascina in un mondo fantastico ma reale, sublime, tragico ma comico al tempo stesso.
E' la storia di un ufficiale che si trova in Africa e che per una serie di peripezie vede il suo destino e la sua vita prendere una piega decisamente inaspettata. Di guerra, in tutto il romanzo, non c'è traccia, perché Flaiano utilizza l'ambientazione in Africa in modo surreale: è un luogo lontano da noi, ancora immerso nella natura, lontano dalla leggi civili e dalle consuetudini del nostro paese. Questa ambientazione un po' magica è fondamentale per la storia, perché aiuta l'autore, così come il lettore, ad allontanarsi dal ''mondo'' e a costruire una storia dai tratti tragicomici.

Il nostro protagonista, a causa di un mal di denti (mal di denti che ritroviamo in molte opere di letteratura e che assume sempre la parte del personaggio cattivo, causando un bel po' di action) prende quattro giorni di permesso per recarsi da un dentista. L'incipit ci presenta già l'andamento di tutto il romanzo: ad un banale mal di denti, susseguono una serie di cattivi episodi per porteranno, tragicamente, il protagonista a compiere sempre scelte sbagliate. Il camion che lo deve condurre nella vicina città di A. per farsi estratte un dente si capovolge; si unisce ad una donna del luogo che, senza saperlo, è affetta da lebbra; contrae la malattia; uccide (involontariamente) la donna; scopre di aver contratto la malattia e cerca di uccidere il medico; ottenuta la licenza di un mese non salpa per paura di essere arrestato; dopo più di un mese torna nel suo accampamento per costituirsi e scopre che nessuno l'aveva denunciato e l'unica colpa di cui si è macchiato, ai loro occhi, è l'aver disertato. In sintesi è questa la trama del romanzo.

Di guerra non c'è traccia in tutto il romanzo, perché Flaiano (che pure aveva partecipato alla campagna in Etiopia del 1936) non cerca di fare la cronaca di una guerra, ma si serve dell'ambientazione storica, trasformandola in chiave surreale, per narrare la vicenda psicologica di un ufficiale, un uomo qualsiasi, un militare tra gli altri militari, e di sottolineare l'importanza che l'errore e la fatalità hanno giocato sulla sua vicenda. E' la storia di un anti-eroe che, spinto da un banale mal di denti, si troverà a commettere e a fallire omicidi, in un turbine di eventi guidati dalla sorte, dagli equivoci, dall'incostanza di pensiero...
Emerge la tematica dell'errore, della vita intesa come una catena di sbagli, casuali o forse inconsciamente voluti, che si rivelano però inevitabili nella determinazione del destino, se non del proprio io. E questo ufficiale, così impotente di fronte al fato, così indeciso di fronte a se stesso, finirà vittima degli eventi. Ma chissà, la fortuna potrebbe essere proprio dietro l'angolo.

I dubbi confortano, meglio tenerseli.

venerdì 3 gennaio 2014

Anch'io, come Giovanni Drogo

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch'era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c'era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all'Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l'incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Il Deserto dei Tartari è un romanzo di Dino Buzzati pubblicato nel 1940.
E' la storia di Giovanni Drogo che, una volta diventato tenente, viene trasferito nella Fortezza Bastiani, ultimo avamposto sperduto tra le rocce e il deserto. E' un luogo al di fuori del tempo e dello spazio e, grazie a questa caratteristica, è un luogo magico, surreale, evocativo. Inizialmente Giovanni Drogo annuncia a più riprese il desiderio di abbandonare questo luogo dimenticato da Dio e dai nemici, desideroso di tornare in città e godersi la vita dopo aver sprecato i migliori anni della sua giovinezza. Ma Giovanni Drogo è solo una figura di passaggio, come lui ce ne sono stati molti, prima di lui, e ce ne saranno molti dopo di lui. E' la Fortezza Bastiani la vera protagonista di questo romanzo, con la sua quiete, con la sua staticità, al di fuori del tempo, non soggetta alle regole del mondo.

[...] una giornata identica all'altra, ripetendosi all'infinito, come soldato che segni il passo. Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle.

Quando si presenta la possibilità di tornare a casa, in città, Giovanni Drogo si ritrova già completamente ammaliato dalla bellezza statica della Fortezza. Non riuscirà a staccarsi dalla speranza di una invasione nemica, dalla speranza di esserci in quel momento, finendo così con il non abbandonarla mai più. 

La Fortezza è, a tutti gli effetti, un mondo a parte, dove il tempo non scorre, dove le giornate si ripetono con ritmo sempre uguale. Drogo se ne accorgerà ben presto nei pochissimi permessi che ha per lasciare la base, quando troverà gli amici in città invecchiati e occupati, la madre incapace di destarsi dal sonno al suo passo notturno, l'amica di cui si credeva innamorato ormai distante da lui. La Fortezza ha preso il posto del suo mondo, è tutto ciò di cui ha bisogno, questo luogo incantato e fuori dal tempo, che gli rende impossibile abituarsi di nuovo al tram tram della città. 

Ma se il tempo non sembra mutare la Fortezza, invece ha la sua irreversibile azione sugli uomini: Drogo è invecchiato, è malato, è consumato dall'attesa e dalla speranza di un attacco nemico, aspetta i tartari che non tornano, aspetta e consuma i suoi giorni senza rendersi conto della vita che sta perdendo. Troppo tardi, quando ormai malato e stanco, incapace di svolgere i suoi compiti, verrà allontanato dalla Fortezza nel momento dell'avanzata del nemico. Dopo il danno, la beffa: non può neanche morire da soldato, tra le mura della sua amata Fortezza, ma lontano, in viaggio, in una qualsiasi locanda, lontano dalle speranza che gli hanno corroso l'esistenza, esiliato fra ignota gente.

Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

E' un romanzo fantastico. E' rivolto a tutti noi, che siamo un po' Giovanni Drogo, che aspettiamo talvolta la grande occasione, e finiamo col ritrovarci solo con un pugno di mosche in mano. Drogo che, come tanti prima di lui, ha atteso la sua occasione, ha sprecato tutta la vita in questa folle e insana attesa dell'improbabile, restando solo e malato, malato di speranza, inutile a tutto. E' un monito per tutti a non consumare i giorni nell'attesa, a non chiuderci in un mondo idilliaco aspettando di diventare eroi. La vita è fuori, con le sue regole e i suoi tempi. Non siamo eroi, siamo solamente uomini, proprio come Giovanni Drogo.