venerdì 3 gennaio 2014

Anch'io, come Giovanni Drogo

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch'era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c'era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all'Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l'incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Il Deserto dei Tartari è un romanzo di Dino Buzzati pubblicato nel 1940.
E' la storia di Giovanni Drogo che, una volta diventato tenente, viene trasferito nella Fortezza Bastiani, ultimo avamposto sperduto tra le rocce e il deserto. E' un luogo al di fuori del tempo e dello spazio e, grazie a questa caratteristica, è un luogo magico, surreale, evocativo. Inizialmente Giovanni Drogo annuncia a più riprese il desiderio di abbandonare questo luogo dimenticato da Dio e dai nemici, desideroso di tornare in città e godersi la vita dopo aver sprecato i migliori anni della sua giovinezza. Ma Giovanni Drogo è solo una figura di passaggio, come lui ce ne sono stati molti, prima di lui, e ce ne saranno molti dopo di lui. E' la Fortezza Bastiani la vera protagonista di questo romanzo, con la sua quiete, con la sua staticità, al di fuori del tempo, non soggetta alle regole del mondo.

[...] una giornata identica all'altra, ripetendosi all'infinito, come soldato che segni il passo. Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle.

Quando si presenta la possibilità di tornare a casa, in città, Giovanni Drogo si ritrova già completamente ammaliato dalla bellezza statica della Fortezza. Non riuscirà a staccarsi dalla speranza di una invasione nemica, dalla speranza di esserci in quel momento, finendo così con il non abbandonarla mai più. 

La Fortezza è, a tutti gli effetti, un mondo a parte, dove il tempo non scorre, dove le giornate si ripetono con ritmo sempre uguale. Drogo se ne accorgerà ben presto nei pochissimi permessi che ha per lasciare la base, quando troverà gli amici in città invecchiati e occupati, la madre incapace di destarsi dal sonno al suo passo notturno, l'amica di cui si credeva innamorato ormai distante da lui. La Fortezza ha preso il posto del suo mondo, è tutto ciò di cui ha bisogno, questo luogo incantato e fuori dal tempo, che gli rende impossibile abituarsi di nuovo al tram tram della città. 

Ma se il tempo non sembra mutare la Fortezza, invece ha la sua irreversibile azione sugli uomini: Drogo è invecchiato, è malato, è consumato dall'attesa e dalla speranza di un attacco nemico, aspetta i tartari che non tornano, aspetta e consuma i suoi giorni senza rendersi conto della vita che sta perdendo. Troppo tardi, quando ormai malato e stanco, incapace di svolgere i suoi compiti, verrà allontanato dalla Fortezza nel momento dell'avanzata del nemico. Dopo il danno, la beffa: non può neanche morire da soldato, tra le mura della sua amata Fortezza, ma lontano, in viaggio, in una qualsiasi locanda, lontano dalle speranza che gli hanno corroso l'esistenza, esiliato fra ignota gente.

Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

E' un romanzo fantastico. E' rivolto a tutti noi, che siamo un po' Giovanni Drogo, che aspettiamo talvolta la grande occasione, e finiamo col ritrovarci solo con un pugno di mosche in mano. Drogo che, come tanti prima di lui, ha atteso la sua occasione, ha sprecato tutta la vita in questa folle e insana attesa dell'improbabile, restando solo e malato, malato di speranza, inutile a tutto. E' un monito per tutti a non consumare i giorni nell'attesa, a non chiuderci in un mondo idilliaco aspettando di diventare eroi. La vita è fuori, con le sue regole e i suoi tempi. Non siamo eroi, siamo solamente uomini, proprio come Giovanni Drogo.

2 commenti:

  1. Bellissimo, mi hai fatto venire voglia di leggerlo di nuovo.

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    1. Io lo rileggerei anche altre mille volte, ma di Buzzati c'è ancora tanto da scoprire che non vedo proprio l'ora di continuare con i suoi romanzi! :)

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